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15 gennaio 2024

ArteOlio sbarca sul mercato e diventa Società Benefit

L’azienda maremmana ha piantato 1 milione di olivi, di varietà italiane e spagnole, su 700 ettari. Meno costi e più acqua: vantaggi e timori.

Silvia Pieraccini

La coltivazione intensiva di olivi di ArteOlio

ArteOlio – società agricola nata a Grosseto nel 2019 per produrre olio da coltivazioni superintensive, partecipata dal fondo Verteq Capital (e con una piccola quota da Sici Sgr, che fa capo indirettamente alla Regione Toscana) – diventa Società Benefit (SB). Significa che lo statuto societario è stato allargato, affiancando all’obiettivo del profitto quello di beneficio per la comunità e l’ambiente. La società s’impegna anche alla trasparenza (un report annuo darà conto dei risultati raggiunti).

Il beneficio per l’ambiente e per la comunità

L’obiettivo di beneficio comune – afferma un comunicato – riguarderà la qualità del prodotto, il miglioramento dell’ambiente e la creazione di valore per la comunità locale. La qualità del prodotto, secondo ArteOlio, è garantita dal totale controllo della filiera; il miglioramento ambientale è legato all’efficiente utilizzo del suolo (grazie alla resa per ettaro elevata) e dell’acqua (grazie alla micro-irrigazione) e all’erba piantata tra i filari di olivi, che favorisce la presenza di insetti e la fissazione di azoto; il valore per la comunità si esplica nei posti di lavoro creati (l’azienda non rivela quanti) e nella manutenzione del sistema di canali che riduce il rischio di allagamenti.

“Nello sviluppo del progetto abbiamo sempre posto al centro l’attenzione all’ambiente – afferma Riccardo Schiatti, fondatore (con Augusto Lippi) e amministratore delegato di ArteOlio -. La nostra trasformazione in Società Benefit formalizza un modo di fare impresa che abbiamo attuato fin dalla sua costituzione e assicura che l’attenzione su questi aspetti resti per sempre al centro della nostra missione aziendale”.

Piantati 1 milione di olivi

ArteOlio in quattro anni ha piantato 1 milione di olivi, di varietà italiane e spagnole, su un’area di 700 ettari in Maremma, realizzando anche un frantoio hi-tech e investendo circa 40 milioni di euro. La prima raccolta si è conclusa da poco e adesso la società si sta affacciando sul mercato. A regime, secondo le previsioni, produrrà 1 milione di litri all’anno di olio extravergine di oliva di alta qualità made in Italy.

I timori legati alle coltivazioni intensive

La coltivazione superintensiva (circa 2.000 piante per ettaro), che si può realizzare solo in pianura, ha sollevato timori in Toscana legati al consumo di acqua, alla tutela della biodiversità, alla durata delle piante (che sono più basse e formano filari come le vigne) e al cambiamento del paesaggio. In particolare preoccupa l’utilizzo di varietà non autoctone come quelle spagnole, che consentono una raccolta meccanizzata delle olive abbattendo i costi. Le colture intensive hanno l’ambizione di riportare la redditività in un settore che negli ultimi anni l’ha perduta, tanto che alcuni oliveti (in Toscana coprono più di 74mila ettari con 15 milioni di piante) sono stati abbandonati.

Autore:

Silvia Pieraccini

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