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20 marzo 2024

Debutta Confindustria Toscana Centro e Costa, “in rete per lo sviluppo”

La neonata associazione sta lavorando a un documento in vista delle elezioni: “La politica parli di economia e di impresa”.

Leonardo Testai

“Abbiamo dato un segnale preciso: fare rete, fare le cose insieme, avere una massa critica maggiore”: questo il messaggio di Maurizio Bigazzi, presidente di Confindustria Toscana Centro e Costa, alla sua prima uscita pubblica da numero uno della neonata associazione degli industriali di Firenze, Livorno e Massa Carrara. Con un ricordo di Joe Barone, il direttore generale della Fiorentina stroncato da un infarto, “uomo d’impresa – ha detto – portatore di progettualità ambiziose e capace di pensare in grande, che ha creduto e investito nel nostro territorio”.

Confindustria Toscana Centro e Costa si presenta come l’ottava Confindustria del Paese: i territori di Firenze, Livorno e Massa Carrara hanno insieme un milione e mezzo di abitanti, il 41% della popolazione regionale: qui si producono 48 miliardi di valore aggiunto, il 45% del Pil regionale. Risiedono in questi territori il 36% delle imprese manifatturiere toscane, il 47% delle imprese della logistica; e il 46% delle imprese del settore estrattivo. La densità imprenditoriale è di 97 imprese ogni 1000 abitanti, più alto della media nazionale. Il valore aggiunto per abitante è pari a 31.500 euro, il 9% in più rispetto a quello della media regionale. Il 37% degli addetti manifatturieri è occupato in imprese di medio-grande dimensione.

“Basta con la Toscana a due velocità”

“Personalmente ho un’ambizione, porre fine alla Toscana a due velocità”, ha detto il vicepresidente vicario Piero Neri (Livorno), osservando che la fusione “riguarda due associazioni territoriali di per sé già in buona salute, sia per struttura che per risorse e competenze. L’intento è quindi quello di ottimizzare ancora di più la nostra funzione di rappresentanza, di presidio sul territorio, di servizi agli associati, per far sì che si crei una maggiore integrazione di conoscenze e competenze. Tutto questo per poter affrontare questioni di politica industriale a livello locale, regionale, nazionale con una maggiore competenza e con la maggiore autorevolezza”.

Firenze e Livorno, oltre ad altri importanti comuni non capoluogo, andranno alle urne a giugno per il rinnovo delle amministrazioni, in corrispondenza con le elezioni europee. “Le parole ‘industria’, ‘impresa’, ‘sviluppo’, ‘economia’ dovranno entrare saldamente nel dibattito politico”, sentenzia Bigazzi, come a dire che allo stato attuale non se ne parla abbastanza. “E dovranno entrarci con molta più forza rispetto allo stucchevole ‘chi farà cosa’”, rimarca. Di certo “la normale dialettica politica non può essere un vincolo al fare”, sottolinea il presidente, spiegando che l’associazione sta lavorando a documenti – in vista del voto – che presenterà a tempo debito.

“Salario minimo? Noi non facciamo contratti pirata”

Infrastrutture, logistica e capitale umano sono al centro dell’analisi di Bigazzi, affiancato da Neri e da Matteo Venturi presidente della delegazione di Massa Carrara: fra un appello a “procedere speditamente” sulla Darsena Europa, e una critica alla Fi-Pi-Li (“un imbuto anticompetitivo”), l’idea è quella di aree industriali attrattive di nuovi investimenti e collegate con il mondo. “Leggo di nuove semplificazioni introdotte sulla Marson – chiosa Bigazzi -, quella legge va rifatta da capo, abbiamo bisogno di semplificazioni e di leggi che considerino l’ambiente un contenuto, non un vincolo allo sviluppo”.

In tempi di dibattito sul salario minimo, i numeri raccolti da Confindustria Toscana Centro e Costa rivelano che la retribuzione media per dipendente è superiore del 9% rispetto alla media regionale. La metà delle imprese iscritte all’associazione ha una contrattazione aziendale di secondo livello che prevede, nell’83% dei casi, premi di risultato collettivi, e nel 70% dei casi il ricorso a strumenti di welfare aziendale. “Le nostre imprese non hanno certo bisogno del salario minimo”, attacca Bigazzi, invocando una “legge sulla rappresentanza” per le associazioni datoriali, per individuare “chi ha il numero di aziende tale da poter sottoscrivere contatti erga omnes, e non come spesso accade, con sigle pirata che fanno dei contratti a delle cifre inadeguate”.

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Leonardo Testai

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