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18 ottobre 2022

“Tre emergenze per la pelletteria toscana”

Agli Stati generali del settore, che hanno avuto luogo a Firenze, sono emersi i nodi da affrontare. Oggi la crescita è selettiva.

Silvia Pieraccini

Lo scenario che l’industria toscana della pelletteria ha davanti non è solo di crescita e sviluppo, come può sembrare guardando i fatturati dei grandi marchi che, sempre più spesso, vengono a produrre nella regione – diventata la capitale europea delle borse – affidandosi (anche) ai produttori terzisti.

Il settore si trova a fronteggiare tre emergenze che ieri sono state evocate negli interventi dei relatori agli Stati generali della pelletteria, organizzati da Assopellettieri nel Salone de’ Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze: la mancanza di forza lavoro; la difficoltà delle piccole imprese di pelletteria nel rinnovarsi e adeguarsi alle normative su sostenibilità, tracciabilità e sicurezza; la presenza di produttori cinesi che spesso lavorano nel sommerso e rischiano di screditare l’intero settore.

Posti di lavoro ‘scoperti’, poche scuole di formazione

La carenza di forza lavoro è il nodo che accomuna tutti, grandi e piccoli, brand e aziende indipendenti: solo in Toscana – ha rivelato uno studio presentato da Ambrosetti – ci sono più di 2.500 posizioni aperte nel settore pelletteria (e 970 in Veneto). Le scuole di formazione sono poche (Mita e Alta scuola di pelletteria) e i grandi marchi, ormai, hanno imparato a farsi Academy interne, oppure a fare accordi diretti con gli istituti tecnici superiori, per assicurarsi la manodopera. “Serve un salto di qualità anche nel sistema formativo – ha affermato Stefano Giacomelli, ceo dell’azienda fiorentina di pelletteria Tivoli Group – per creare un Politecnico della pelletteria ramificato in varie regioni”.

“La pelletteria è un settore che può dare lavoro a migliaia di giovani nei prossimi anni – ha ammonito Andrea Calistri, vicepresidente di Assopellettieri con delega al distretto toscano – dobbiamo occuparci di questo aspetto, solo così potremo rafforzare la leadership di un sistema industriale che è unico”.

I terzisti marciano, i marchi propri arrancano

Come ha messo in luce lo studio Ambrosetti, le aziende di pelletteria in Italia oggi sono 4.900 (contro le 402 in Francia e le 1.582 in Spagna), anche se la marginalità tricolore è più bassa di quella francese (11% in media nel 2021 contro il 20% d’Oltralpe). L’industria italiana della pelletteria nel 2021 ha avuto un saldo commerciale di 6,2 miliardi. Ma l’andamento delle aziende non è uguale per tutti: vanno meglio i terzisti di medie dimensioni (sopra i 10 milioni di fatturato) che lavorano per i grandi marchi e che sono più strutturati; soffrono i piccoli e piccolissimi che hanno marchi propri e non hanno risorse e competenze per innovare. “Il futuro è sempre di più delle produzioni contoterzi – ha sottolineato il presidente di Assopellettieri, Franco Gabbrielli – ma noi dobbiamo tutelare le aziende che hanno marchi propri: servono incentivi governativi per rinnovarsi e adeguarsi alle normative”.

Il sommerso scredita il settore

La terza emergenza è quella del sommerso, in particolare dei cinesi che da tempo sono inseriti nelle catene di fornitura come subappaltatori di secondo o terzo livello: “Occorre chiarire quali controlli spettano allo Stato e quali alle aziende”, ha ammonito Marco Palmieri, presidente e amministratore delegato del brand Piquadro. “Non ci sono strumenti normativi che fanno da filtro al lavoro sommerso”, ha aggiunto Matteo De Rosa, ceo di Lvmh Metiérs d’Art, la divisione (da 600 milioni di euro di ricavi) che controlla le partecipazioni del gruppo nelle aziende della catena di fornitura. “Sul fronte del sommerso e dell’illegalità siamo al 17esimo posto nel mondo”, certifica lo studio Ambrosetti.

I grandi brand vogliono produttori strutturati

Da Andrea Cottini, chief operating officer di Bottega Veneta è arrivata una richiesta netta: “Come grande brand noi abbiamo bisogno di avere a che fare con aziende strutturate, di partner produttivi che possano investire in formazione, up-skilling, compliance e sostenibilità, anche se tra dieci anni nessuno parlerà più di sostenibilità perché sarà scontata, come oggi è avere bilanci in regola”.

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Silvia Pieraccini

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