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26 giugno 2023

Rapporto Irpet, “serve il Pnrr per far svoltare lo sviluppo della Toscana”

La regione non corre: nel 2023 il Pil crescerà dell’1,1%, mentre nel biennio 2024-25 l’incremento sarà dell’1,3% annuo.

Leonardo Testai

Una crescita debole, a rischio stagnazione. Una dinamica occupazionale dove cresce quasi solo la domanda di lavoro a bassi salari. Una carenza storica di investimenti, che rischia di diventare più grave in caso di rimodulazione al ribasso del Pnrr. Questo il quadro dell’economia toscana disegnato dall’Irpet nel suo rapporto, occasione per un confronto fra le parti sociali, e per fare il punto – in un convegno a Firenze – sui progetti del Pnrr e sulle loro ricadute.

La crescita del Pil va poco sopra l’1%

Nel 2023 in Toscana, secondo quanto scrivono i ricercatori dell’Irpet nel loro rapporto, il Pil crescerà dell’1,1% mentre nel biennio 2024-25 l’incremento sarà dell’1,3% annuo. Previsioni che, si avverte, “risentono però di un inevitabile margine di incertezza, legato sia al percorso di implementazione del Pnrr sia ai dettagli attuativi della politica di bilancio di questa legislatura”, oltre all’instabilità del quadro internazionale. In Toscana gli investimenti in programma con i fondi Pnrr produrranno un innalzamento dello 0,8 del Pil regionale e dell’1% dell’occupazione in media annua, nell’arco di un quinquennio, rispetto ad uno scenario senza le risorse del piano.

Rinunciare ad una quota di risorse, soprattutto quella presa in prestito, del Pnrr, anche nella consapevolezza di non essere in grado di spenderle, secondo l’Irpet avrebbe un duplice effetto negativo. Da un lato, l’impatto negativo sulla crescita nell’immediato. Dall’altro, affermano i ricercatori, “viviamo una fase storica in cui le transizioni in atto (digitale, ecologica, demografica) richiederebbero un atteggiamento meno fideistico per la cosiddetta mano invisibile e più indirizzi di governo, per orientare lo sviluppo, minimizzare i costi e socializzare i benefici. Una riprogrammazione al ribasso del Pnrr sarebbe un segnale a favore di chi ritiene preferibile, sempre e comunque, lasciare la dinamica dei processi economici libera di manifestarsi senza interferenze esterne”.

Cresce soltanto l’occupazione a bassi salari

Sotto accusa finisce anche un modello di sviluppo regionale perseguito negli ultimi 15-20 anni, e trainato più dai consumi che dagli investimenti: in Toscana dal 2009 a oggi, evidenzia l’Irpet nel rapporto, calano in composizione le occupazioni che si trovano nella parte centrale della distribuzione salariale (-4,1%), e cresce solo la quota dell’occupazione nella parte più bassa della distribuzione salariale (+3,9%), a fronte di un aumento minimo della quota dell’occupazione a più alta resa salariale (+0,2%) trainata principalmente dal terziario avanzato, con una quota crescente di lavoro povero.

“Queste dinamiche – scrive l’Irpet -, da un lato, evidenziano uno scollamento fra la domanda di competenze richieste dal sistema produttivo e quelle disponibili nella popolazione attiva. In termini di policy, tutto ciò richiama il tema delle politiche di formazione, in particolare di natura vocazionale. Ma in un senso più ampio queste dinamiche rivelano anche un disaccoppiamento, non facilmente e velocemente colmabile, fra una forza lavoro più istruita del passato e con legittime aspirazioni di lavoro qualificato ed una domanda di occupazioni più banali e non sempre necessariamente complesse. In termini di policy, come richiamato più avanti, tutto ciò evoca il tema della qualità dello sviluppo”.

“Col Pnrr possiamo generare occupazione di qualità”

Dunque, per indirizzare la regione sulla via di uno sviluppo a tutto tondo, secondo l’Irpet le risorse del Pnrr sono fondamentali. “La Toscana cresce ma non corre”, ha affermato Nicola Sciclone, direttore dell’istituto, secondo cui la crescita del Pil nel 2022 (+4,2%) “non si è estesa in modo uguale in tutti i settori”, per cui “serve in qualche modo una svolta: abbiamo la possibilità di realizzarla perché le risorse del Pnrr sono molte e possono modificare il ritmo di crescita e quindi le condizioni economiche in essere di questa Regione, possono garantirci anche in prospettiva un’occupazione di qualità capace di assecondare e alimentare delle occupazioni più qualificate, e assecondare le aspettative non solo di chi domanda ma anche di chi offre lavoro. L’importante è che queste risorse siano fatte cadere velocemente a terra”.

Il rischio, secondo Sciclone, “è sostanzialmente di continuare in una traiettoria di stagnazione con una crescita che ad esempio è alimentata nel corso degli ultimi quindici anni da un aumento di peso delle occupazioni meno qualificate, a più basso rendimento salariale, e una stagnazione di peso delle occupazioni più qualificate o a più alto rendimento. Abbiamo anche un problema di composizione e di proporzioni fra parti, un problema legato al ridimensionamento di peso della manifattura, perché se è vero che anche nella manifattura crescono di poco il peso delle occupazioni più qualificate, è vero che in altri settori, agricoltura, costruzioni, commercio, turismo ed altri servizi, diminuiscono di peso. Abbiamo poi anche un problema di proporzione dentro la manifattura fra settori tradizionali e meno tradizionali, e più in generale abbiamo un problema di sviluppo che nel corso degli ultimi quindici-venti anni è stato alimentato dai consumi più che dagli investimenti, e tutto questo spiega la situazione in cui oggi ci troviamo”.

Confindustria: “Spostare sulle imprese le risorse del Pnrr”

Una via per accelerare l’impiego delle risorse del Pnrr, e in modo produttivo, potrebbe essere una revisione del Piano più orientata alle aziende: alcune associazioni datoriali hanno lanciato questa proposta. “Irpet ci dice che solo una piccola parte delle risorse del Pnrr in Toscana sta andando alle imprese – ha affermato Maurizio Bigazzi, presidente di Confindustria Toscana, alla presentazione del rapporto -, e lo sapevamo, per come è stato congegnato lo strumento: ora che siamo di fronte ad una revisione del Pnrr, dobbiamo sostenere con forza che molte di quelle risorse devono essere spostate sulle imprese, che hanno maggiore efficienza nella spesa e ricadute più alte sul sistema economico nel complesso”.

Questo anche perché, sostiene Bigazzi, con una crescita di poco superiore all’1% annuo “non saremo in grado di rimborsare il debito che stiamo contraendo con l’Europa. Noi dobbiamo crescere a un ritmo superiore al 3% annuo, e mi meraviglio che le forze politiche non si stiano occupando di questo”. Quindi, afferma il rappresentante degli industriali, più risorse direttamente alle imprese, ad esempio per finanziare “misure che sostengano gli investimenti delle aziende in tema di energie rinnovabili. I costi energetici non sono più all’attenzione mediatica, ma sono sempre molto più alti rispetto al 2019-2020”.

Giani: “Ottimista sulla messa a terra del Pnrr”

A Bigazzi risponde indirettamente il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani. “Alle imprese abbiamo dato delle opportunità che non hanno mai avuto in Toscana: 530 milioni attraverso i bandi Fesr che abbiamo già iniziato a pubblicare, e 530 milioni nei prossimi 5 anni in Toscana non ci sono mai stati. Quindi io voglio che le imprese lavorino molto su questi bandi che si rivolgono all’innovazione, all’efficientamento energetico, alla ricerca e allo sviluppo attraverso politiche di integrazione. E’ importante che colgano questa occasione”.

Col Pnrr, ha detto il governatore, “in Toscana abbiamo 8mila progetti che sono stati sostenuti e finanziati. Dei progetti definitivi al 31 marzo più del 90% erano a posto. Vediamo ora se questo corrisponde all’esecutività dei progetti per settembre, e all’inizio e all’attivazione dei lavori entro la fine dell’anno. Ma io mi sento ottimista”. Giani si è detto soddisfatto di quanto rilevato dal rapporto Irpet “se penso alla spinta propulsiva che viene dai settori economici nella nostra regione. Da quello del turismo, dai servizi, dalla manifattura che sta volgendo verso l’innovazione e la trasformazione tecnologica. Insomma, complessivamente ne risulta un’economia toscana ad un livello più alto di quello che si registra a livello nazionale”.

Export da record per i distretti nel 2022

Nel 2022 le esportazioni dei distretti industriali della Toscana hanno superato ampiamente i 24 miliardi di euro, il 12,7% in più del 2021 e il 18,2% in più del 2019, raggiungendo l’importo massimo degli ultimi 15 anni. E’ quanto emerge dal Monitor dei distretti della Toscana, elaborato dalla direzione Studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, secondo cui anche al netto dell’effetto prezzo, la crescita rimane consistente sia nel confronto con il 2021 (+6,0%), sia rispetto al 2019 (+7,2%).

Incrementi in doppia cifra si registrano nella maggioranza dei comparti del sistema moda (oreficeria di Arezzo +19,1%, pelletteria e calzature di Firenze +10,7% verso il 2021, tessile e abbigliamento di Prato +15,5%). In crescita anche il marmo di Carrara (+12,2%), i distretti dell’agroalimentare, e il cartario di Lucca (+60,6%, con un forte effetto prezzo); in rallentamento la nautica di Viareggio (-6,7%) e la camperistica della Val d’Elsa (-27,7%). Fra i mercati di sbocco, oltre al lieve rallentamento per la Svizzera degli hub logistici (-0,1%), corrono i primi due mercati dell’export toscano, ossia Francia (+27,9%) e Usa (+34,5%). Rallentano invece Cina (-0,9%) e Hong Kong (-5,6%).

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Leonardo Testai

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