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18 marzo 2024

Neet in calo in Toscana, ma per l’Irpet ancora non basta

Sono 70mila i giovani fuori dai circuiti scolastici, formativi e dal mercato del lavoro, il 13,8% nella fascia 15-29 anni.

Leonardo Testai

Il fenomeno dei Neet – i giovani dai 15 ai 29 anni che non studiano, non lavorano, e non sono in un percorso di formazione – tende ad attenuarsi in Toscana così come nel resto d’Italia. Secondo una ricerca dell’Irpet, dal 2018 al 2022 la loro quota sul totale della popolazione regionale in tale fascia d’età è passato dal 16% circa al 13,8%, dato inferiore alla media italiana (19%, contro il 23% del 2018), ma ancora superiore a quella europea (11,7%). La comparazione regionale colloca la Toscana, con i suoi 70mila Neet, nella parte alta della graduatoria nazionale come settima regione italiana per incidenza dei giovani fuori dai circuiti, sostanzialmente alla pari con la Lombardia.

Donne e stranieri più a rischio di inattività

L’incidenza più modesta dei Neet in Toscana, comprensibilmente, si registra nella fascia dai 15 ai 19 anni (9% sul totale) che comprende gli studenti delle scuole superiori, rispetto al 16% delle fasce dai 20 ai 29 anni che scontano la minore consistenza numerica degli universitari. L’incidenza è invece più alta fra i soggetti che possiedono solo la licenza media (17,6%, contro l’11% dei diplomati e il 7% dei laureati), a indicare secondo l’Irpet “il forte fattore protettivo che un’istruzione di livello medio-alto può fornire contro disoccupazione e inattività”. La quota è lievemente più alta fra le donne (15%) rispetto agli uomini (13%), e sensibilmente maggiore fra gli stranieri (25%) rispetto agli italiani (12%).

La maggior parte dei Neet è inattiva, ovvero non sta cercando attivamente un impiego: la percentuale è lievemente inferiore in Toscana (62%) rispetto alla media italiana (67%). La restante parte dei Neet, alla ricerca attiva di un impiego, si divide tra coloro che hanno precedenti esperienze di lavoro, ovvero i disoccupati (22% in Toscana) e coloro che invece sono alla ricerca di primo impiego (16%). “Nonostante questa seconda categoria di giovani possa destare meno preoccupazioni rispetto agli inattivi – sostiene l’Irpet -, non si deve dimenticare che oltre i due terzi stanno cercando un’occupazione da oltre un anno, dimostrando una certa distanza dal mercato del lavoro che può facilmente sfociare in demotivazione e scoraggiamento nella ricerca di occupazione”.

I giovani in Toscana sono “risorsa scarsa”

Gli under 29 che restano esclusi dai circuiti scolastici, formativi e lavorativi, vanno a comporre la platea dei Neet in un contesto, quello della Toscana, in cui i giovani rappresentano una risorsa relativamente scarsa e preziosa. Il rapporto tra giovani nella fascia di età 20-29 e adulti nella fascia 60-69, secondo l’Irpet un indice del ‘tasso di ricambio’ tra generazioni, in Toscana è del 70%: ogni sette ventenni, dunque, vivono in regione dieci sessantenni. Lo stesso indice è del 76% in Italia, dell’87% nell’area Ue, del 95% in Francia e del 118% in Irlanda. Lo squilibrio demografico, unito al fenomeno del mismatch di competenze, “non può che aver ripercussioni sulle difficoltà di reperimento di personale – afferma l’Irpet -, che negli ultimi anni hanno registrato un deciso aumento”.

Le ricette proposte dall’istituto di ricerca non rappresentano una novità: costruire un’offerta formativa coerente con i fabbisogni territoriali, un dialogo continuo tra istituzioni formative e imprese funzionale alla coprogettazione dei curricula, promuovere gli Its, l’apprendistato di primo livello e i percorsi di
Istruzione e Formazione Professionale (IeFp) regionali. Per i giovani rimasti disoccupati dopo una o più esperienze lavorative, l’Irpet suggerisce che sia offerta loro la possibilità di investire in corsi di formazione medio-lunghi, rappresentati dagli Its, dai corsi di qualifica e dagli Ifts. “Le analisi di valutazione svolte – sostiene la ricerca – mostrano che se nel breve periodo si può registrare una riduzione della probabilità di impiego rispetto a coloro che scelgono di non investire in formazione, l’impatto di medio periodo è positivo e statisticamente positivo, soprattutto per coloro che sono più distanti dal mercato del lavoro”.

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Leonardo Testai

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