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Impresa

08 luglio 2022

Assunzioni più difficili a Firenze: ora sono due su cinque

Il dato è di poco superiore alla media regionale. La Camera di commercio punta su una piattaforma online per i giovani.

Nell’area metropolitana di Firenze le imprese avranno difficoltà di reperimento per il 41% delle assunzioni previste in questo ultimo periodo, contro il 30% di tre anni fa. Secondo l’ultimo report dell’Ufficio studi della Camera di commercio di Firenze (su dati Excelsior-Unioncamere), tra maggio e luglio 2022 le imprese fiorentine hanno previsto 32.810 nuove assunzioni (+21%): le figure più difficili da trovare sono quelle ‘high skill’, ossia con un’elevata specializzazione, per le quali si lamenta un gap significativo tra mondo della formazione e fabbisogni professionali delle imprese. Le difficoltà di reperimento a Firenze sono di poco superiori alla media regionale del 38%.

La Camera punta su una piattaforma online

Proprio per favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, la Camera di commercio punta sulla piattaforma interattiva smartfutureorienta.it, nata dall’esperienza dell’associazione lombarda Smart Future Academy, e presentata oggi a Firenze. “La piattaforma è uno strumento interattivo – spiega Lilli Franceschetti, presidente di Smart Future Academy – che servirà alle imprese per presentarsi in maniera innovativa ai giovani e a questi per orientarsi meglio nella scelta delle prime esperienze lavorative, ma in generale pensiamo di facilitare l’incontro di domanda e offerta in un momento in cui le cose sembrano complicarsi su entrambi i fronti”.

A Firenze le prime dieci figure di difficile reperimento per le assunzioni sono i tecnici della sanità, dei servizi sociali e dell’istruzione (75,3%); gli specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche (71%); i tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione (63%); gli operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici (60,9%); gli operai specializzati e i conduttori di impianti nelle industrie tessili, di abbigliamento, delle calzature (60,2%); gli operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche (59%); gli operatori della cura estetica (58,5%); i conduttori di mezzi di trasporto (55,8%); il personale non qualificato nelle attività industriali e assimilati (53%); i progettisti, gli ingegneri e le professioni assimilate (50%).

Come la pandemia ha cambiato gli scenari

“La domanda di lavoro – afferma la Camera di commercio – è cambiata per fattori congiunturali ma anche strutturali, la pandemia ha accelerato tendenze che erano già emerse in precedenza”. C’è dunque “un mismatch di competenze, come il rafforzamento di quelle digitali richieste dalle imprese, che non necessariamente i lavoratori disponibili ad un nuovo impiego possiedono”, ma c’è anche la realtà di di persone in età matura vicine alla pensione, che hanno scelto di non rientrare nel mercato del lavoro.

Ci sono poi, secondo la Camera, fenomeni emersi compiutamente proprio nei due anni di pandemia e lockdown: madri lavoratrici con contratti a termine, che per seguire i figli in Dad hanno subito il mancato rinnovo del contratto o hanno dovuto lasciare il lavoro; la ricerca di nuove opportunità di lavoro per sfruttare le possibilità offerte dal lavoro da remoto; la minore disponibilità ad accettare posti con più alto rischio di contagio; la difficoltà per lavoratori con effetti di long Covid; i minori arrivi di immigrati per limiti legati a quarantene e a certificati vaccinali.

Dimissioni volontarie, tanti costi per le imprese

Inoltre, secondo il report, i lavoratori fuoriusciti dai settori in blocco nel corso della pandemia hanno trovato lavoro a condizioni migliori in altri settori e non hanno interesse a rientrare. Condizioni che non riguardano necessariamente l’aspetto retributivo, ma anche quello del bilanciamento vita-lavoro: secondo le stime, in Toscana nel 2021 le dimissioni volontarie sono state fra le 130mila e le 160mila, e più di 50mila nel solo primo trimestre 2022.

Il fenomeno della cosiddetta “great resignation” nasconde insidie per le imprese, sotto forma di maggiori costi da affrontare. Da un lato, ci sono i costi che si sostengono quando un dipendente si dimette, quindi per la sua sostituzione temporanea (o gli straordinari per i colleghi), e le uscite finanziarie per il Tfr. Poi, i costi diretti ed indiretti (denaro e tempo) per la ricerca del nuovo personale che andrà a sostituire quello dimessosi. Infine, i costi diretti ed indiretti per la formazione del nuovo dipendente, e la minore produttività della persona durante il periodo di formazione rispetto al personale già formato.

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